Il posto delle idee

“Come ti è venuta l’idea?”.
A questa domanda, prima o poi, devono rispondere tutti gli scrittori. Se scrivi fantasy, è praticamente d’obbligo. Spesso chi te la fa coltiva a sua volta il sogno di scrivere e pubblicare un suo romanzo. Quindi la sua non è semplicemente una domanda, è una richiesta d’aiuto, un modo per carpire il segreto di una tua invenzione che lo ha colpito.
Ma c’è una risposta valida a questa domanda? Esiste un posto dove andare a procacciarsi idee come collezionisti di farfalle? Secondo me, no.

Vorrei davvero che esistesse un prato così rigoglioso di trovate geniali, ma la realtà – la dura realtà – è che le idee non sono farfalle sfuggenti che rincorri con un retino sgangherato, semmai sono insetti infidi e suicidi che a volte, se sei fortunato, si impigliano nella tua ragnatela di ansia da prestazione che tessi di continuo nelle pagine bianche del tuo nuovo libro.

Mi è capitato spesso di leggere romanzi o vedere film con idee geniali che mi hanno fatto gridare “perché non è venuto in mente a me!”, ma non ho mai pensato di interrogare l’autore per chiedergli “come ti è venuta l’idea?” perché mi rendo conto che è qualcosa di inspiegabile. Sì, certo, può esserci stato un colpo di fulmine, un evento scatenante, ma non un processo.
Nello stereotipo, l’idea è la lampadina che si illumina. Un oggetto domestico che per assurdo non si accende da sola, serve un comando preciso, un’azione sull’interruttore. Io immagino le idee come saette: ti colpiscono all’improvviso e ti scuotono completamente, ti elettrizzano. Puoi stare ore sotto la pioggia con una vecchia antenna in mano nella speranza che un lampo ti stenda, e non accade mai. Invece puoi passeggiare tranquillamente in una giornata uggiosa, con le scarpe di gomma e in un posto riparato, quando il fulmine ti trova e ti dà la scossa.

Vuoi trovare l’idea giusta? Allora immaginati come Lara Croft o Indiana Jones. Il tuo tesoro si nasconde in fondo a una maestosa piramide che promette ricchezze infinite ma che, per arrivarci, richiede costanza, sacrificio e intuizione.
Bisogna superare la stanza dove aspettativa e sorpresa sono muri che ti schiacciano inesorabilmente, perché il lettore pretende un certo tipo di idea ma anche di essere sorpreso in quel preciso paradigma.
“È stato ammazzato qualcuno? Sì, ma non può essere il maggiordomo”.
C’è la corsa contro il tempo e la palla di pietra che ti insegue: è l’ansia. Devi correre per non esserne schiacciato, ma devi anche attendere il momento giusto in cui la porta si aprirà, perché se vuoi uscirne troppo presto, la via salvifica non si spalancherà mai e rimarrai schiacciato dall’ansia rocciosa.
Questo tipo di stress va in parte cavalcato, perché può donare quell’adrenalina che solo quando sei davvero alle strette, può fare capolino. Non è un mistero che, per molti, le idee migliori saltino fuori a ridosso delle deadline.
Ci sono i muri con i geroglifici, gli indovinelli con le domande a trabocchetto: lì, per superare la sfida, serve intuizione, serve andare oltre il muro con la mente, serve concentrarsi su ciò che si ha davanti e indovinare cosa c’è dietro, su ciò che si sa e ciò che si crede di sapere.
Alcuni enigmi si riferiscono a quello che hai intorno ma non te lo dicono chiaramente, devi trovare tu la soluzione che si nasconde nel portapenne, tra la tenda che svolazza o dietro la signora che stende i panni nel balcone di fronte.
Non esiste un posto delle idee, esiste la sfida per procacciarsele.
Per qualcuno è più facile. Devo dire di non aver mai fatto molta fatica a trovarne. Per questo devo ringraziare chi mi ha assemblato, che spesso biasimo perché si è dimenticato gli occhi azzurri, l’altezza e il metabolismo veloce, però ha fatto in modo che avessi immaginazione a profusione, una dose smisurata di fantasia che mi ha creato gioie e dolori sin da bambino.
L’idea di paragonare la caccia alle idee a una spedizione nella Piramide Maledetta, mi è venuta mentre scrivevo. Non era pianificata. Il mio processo, ad esempio, a volte è questo: parto da un’intuizione che mi è venuta – magari anche blanda – e inizio a scrivere; concatenate alla principale, ne arrivano spesso di migliori. È accaduto per i Millennials: Jen esisteva a livello visivo grazie a un’illustrazione di Antonio De Luca, io le ho dato una storia, dei poteri. Quando ho iniziato a lavorare su di lei, è venuto il fratello, Bit. Sentivo di essere sulla strada giusta e sono andato avanti, così sono nati gli altri nove Millennials.
Quando scrivo una dedica su un romanzo, spesso non so cosa dire. Il tempo stringe e le aspettativa sono alte, perciò, mi butto. Qualcosa viene fuori sempre, lo stress e l’immaginazione ci mettono una pezza.

Essere dotati di immaginazione, però, non basta. Bisogna leggere tanto e studiare altre idee, capire perché ci colpiscono e ci scuotono, indagare su cosa le ha fatte scaturire, interrogarsi su come funziona un certo colpo di scena, in che modo è stato preparato. Le idee geniali non lo sono perché arrivano all’improvviso, ma si è dovuto unire una serie infinita di puntini con una linea ininterrotta che ha portato a un certo risultato. Lo spunto è il fulmine, la caccia alle idee è sapienza, intuizione e ragionamento. È, in parte, magia.

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