Piccolo Mondo 2×03 – La solitudine degli scrittori

Quando si parla di solitudine dello scrittore la testa vola immediatamente a quell’immagine dell’autore, da solo, di notte, davanti al PC, con un litro di caffè e magari un gatto che dorme sornione accanto a lui. Ma se fosse quella, la solitudine dello scrittore, sarebbe una cosa talmente affascinante e romantica che non avresti alcuna remora a perdertici o lamentartene. Lì sei tu con i tuoi personaggi e la tua storia, il mondo caotico e distraente sta dormendo e tu sei completamente immerso nella tua vita immaginaria.
No, la solitudine dello scrittore è un’altra.
È quella condizione per la quale ciò che fai raramente viene compreso e apprezzato da chi ti sta intorno. E più la cerchia è stretta, più ciò che fai ne risulta distante.

Conosco pochissimi scrittori che possono vantare il coinvolgimento concreto di famiglia, partner e veri amici. E non sto parlando di appoggio, quello di solito ce l’hai. Chi si sognerebbe mai di distoglierti da una cosa che ti appassiona, ti rende felice e che alla fine non nuoce a nessuno?
Ok, magari sul male che certi libri fanno all’umanità sarebbe necessario aprire una parentesi, ma non ora.
Non sto parlando neanche di ammirazione, perché anche quella, chi ti ama, ce l’ha, per te. In fondo fai una cosa che ti appassiona, ti rende felice e che alla fine non nuoce a nessuno. E in più “cavolo, fai lo scrittore! Che figo!”.
Ma la presenza della maggior parte delle persone nella cerchia ridotta finisce lì.
E da lì inizia la vera solitudine dello scrittore.

È la consapevolezza che nessuna di queste persone – che sono le fondamenta della tua vita relazionale – capirà mai a fondo cosa comporta essere uno scrittore, il tormento e l’estasi di immaginare e vivere decine di altre vite nei minimi dettagli, mentre vivi la tua.
Impossibile comprendere tutto quel tempo che passi a progettare, scrivere, riscrivere e cacciar via. E poi spostarti, parlare parlare parlare, elaborare strategie di marketing, fare il brillante anche se vorresti parlare solo di calcio mercato o Britney Spears, dedicarti con tenacia alle PR quando preferiresti cento volte di più stare a casa, di notte, da solo a scrivere con il gatto e il caffè.

Sembra una questione da poco, di puro narcisistico egocentrismo, ma è una cosa con la quale ogni scrittore deve fare i conti.
Sei fortunato se la tua famiglia è una famiglia di lettori e, hai proprio limonato con la dea bendata se questi non sono appassionati di tutto, fuorché il genere che scrivi.
Se ci spostiamo sul lato sentimentale, allora verrebbe automatico dire “ma perché se è così tanto deprimente stare con una persona che si disinteressa, gli scrittori non si accocchiano fra loro?”.
Semplice, perché nessuno vuole stare sulla giostra tutto il giorno e soprattutto dover convivere con il confronto e la paura di deludere o non essere all’altezza in un campo in cui il merito e l’umiltà non vanno a braccetto con il successo.

Cosa distingue la solitudine dello scrittore dalla solitudine del fruttivendolo?
Il fatto che la marcescenza delle bietole è un avvenimento passeggero che domani terminerà il coinvolgimento mentale del fruttarolo con l’incontro della stessa e la spazzatura.
Mentre le decine di vite che albergano nella mente di uno scrittore non vengono mai del tutto gettate via, rimangono sempre importanti, da quando nascono a quando iniziano a vivere la loro vita sulla carta. Restano importanti, sono come figli.

Provaci ad andare a una festa fra genitori con il tuo libro o portarlo alla cena di Natale e lasciarlo lì per farlo giocare con i cuginetti o far sì che gli zii si intrattengano con lui. Dopo qualche sfuggente occhiata e sgodevole quanto vuota congratulazione – “Ma che carino!” “Ma quanto è grande!” – il tuo bambino resterà inesorabilmente solo, abbandonato in un angolo.
Occhio, perché chi non ha capito o ha trovato di pessimo gusto questa sarcastica metafora, probabilmente sta contribuendo alla solitudine di un amico, fratello o fidanzato scrittore.

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Un pensiero su “Piccolo Mondo 2×03 – La solitudine degli scrittori

  1. I miei Figli sono rimasti pazienti in un angolo della mia mente perché la loro degenerata mamma ha lasciato vincere quella solitudine che tu descrivi benissimo. Ma loro sono “piezz ‘e core” e sono accorsi dalla loro mamma mentre lei lavora alle presse in fabbrica. Sono tornati in punta di piedi, silenziosi e timorosi di un suo rifiuto. Hanno allietato le sue giornate lavorative come solo dei figli amorevoli sanno e possono fare. Hanno creato e ridato vita a mille vite, hanno riacceso il sorriso che troppo presto aveva lasciato il volto della loro creatrice. Come un’oracolo, la loro madre ha ripreso a sognare con loro!

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