Episodio 2 * Dimenticanza fatale

Nella foto manca Irene.
È quello che fanno le streghe, in fondo, no? Spariscono.
Usciamo con la solita fretta, lasciando la camera nel caos più totale. Noleggiamo una barca al porto e andiamo al largo. Quando ci avviciniamo all’isolotto cominciamo a zigzagare tra le sporgenze cercando di imboccare la direzione giusta verso l’ingresso della Grotta degli Annegati.
Sto per alzarmi e fare la foto di gruppo ma improvvisamente ho un deja-vu della scena con Edgard, quando mi sono alzato e lui, per evitare che centrassi la roccia con la testa si è preso la botta al posto mio ed è morto.
Perciò me ne sto seduto tranquillo.

Arriviamo alla grotta, entriamo, ormeggiamo la barca a una sporgenza e ci sistemiamo sulla spiaggetta all’interno. Il vento che filtra tra le fessure fa riecheggiare dei lamenti simili a quelli delle anime. L’acqua stagnante è cristallina e ha un odore freddo e penetrante. Le pareti a spiovente rendono il movimento difficile, è pieno di spigoli lucidi. Lo scintillio dell’acqua si riflette sulla pietra bagnata che sembra ricoperta di pezzetti di vetro.
Le alghe che galleggiano sulla superficie sembrano capelli di corpi morti abbandonati qui dentro e le gocce che cadono si fondono con il rimbombo delle onde che si infrangono sugli scogli.
È tutto così emozionante e inquietante che ci perdiamo nell’esplorazione, così, quando arriva l’alta marea non facciamo in tempo ad uscire.
La prima ad andare in ansia, ovviamente, è Irene.
«Che ore sono? Ve l’avevo detto che dovevamo muoverci! Era proprio necessario stare a fotografare ogni minima sfumatura delle rocce? Ecco… adesso ci toccherà dormire qui, sulle rocce come delle cozze, mi verrà il mal di schiena e non potrò esplorare la vecchia miniera di carbone che dovevo fotografare per la mia rivista. Mi farete licenziare! E i capelli! Non parliamo dei capelli!» si lagna la fidanzata di mio fratello.
Se dovrò passare la notte con questa qui che si lamenta di continuo mi farò divorare dai piranha.
Irene continua la sua tiritera ansiogena e inizia ad andare in iperventilazione. Guido cerca di tranquillizzarla ma lei si agita ancora di più. Si getta sul suo zaino e lo svuota con foga.
Sta cercando qualcosa.
Qualcosa che non trova.
«Avete visto il mio spray per l’asma?» chiede balbettando tra un respiro difficoltoso e l’altro.
Edgard scuote la testa e Guido l’aiuta a cercare.
Io l’ho visto il suo spray.
Era sul comodino, nella nostra camera.
«Calmati adesso, Irene. Vedrai che riusciremo a uscire presto…»
«NON DIRE DI CALMARMI! MI SERVE IL MIO DANNATISSIMO SPRAY!» urla isterica.
Le si spezza il respiro, le sue urla rimbombano in tutta la caverna, si tiene il collo e diventa rossa in faccia.
Guido la stringe ma lei si dimena come se fosse posseduta.
Improvvisamente smette di agitarsi e smette di respirare.
Siamo tutti immobilizzati e sconvolti.
Guido le controlla i segni vitali, niente.

Il funerale di Irene sono ancora più struggenti di quelli di Edgard.
I suoi genitori sono inconsolabili e così anche Guido e il mio migliore amico. È venuta perfino quell’arpia di Rosaria, l’ex moglie di mio fratello. Gli sta attaccata come una zecca, gli tiene la mano e lo abbraccia spesso. Mio fratello sembra cascarci con tutti i piedi.
Nei giorni seguenti provo a chiamare Edgard ma lui si nega sempre al cellulare. Decido di andare a trovarlo di persona e mi trovo in una specie di rifugio per profughi di guerra. La casa è completamente sottosopra, le tende chiuse, sono immerso nel buio. Ci sono i cartoni della pizza impilati sul bancone della cucina, ci sono lattine di birra e bottiglie di vodka sul pavimento, la musica a palla e una puzza terribile, un misto di calzini sporchi e cibo andato a male. Il tavolo da cucina è ingombro di medicinali, controllo bene, ho paura che si sia dato agli psicofarmaci.
Invece ci saranno centinaia di confezioni di spray per l’asma.
Trovo Edgard raggomitolato nello sgabuzzino, ha in mano l’Ipad e sta scorrendo le foto di Irene dondolandosi come un pazzo.
Forse è pazzo, o solo ubriaco.
«Come hai potuto lasciarmi! È stata colpa mia, dovevo ricordarmi dello spray per l’asma! Vuoi un po’ di pizza?» fa cercando di infilare una fetta di margherita nell’Ipad.
Non riesco a dire niente, vado via con l’amarezza nel cuore.
Da quando mio fratello è tornato con la ex-moglie lo vedo pochissimo, sta tutto il giorno al lavoro per non tornare a casa dall’arpia e la sera gira per i locali fingendo di giocare a calcetto.
Mentre torno a casa squilla il telefono.
«Michele?» dice una voce che non conosco all’altro capo del cellulare.
«Sì, sono io. Chi parla?»
«Sono il dottor Cementa, della Farmacia Centrale»
«Se mi dovete offrire qualcosa, sono a posto»
«No, non dobbiamo offrirle niente. Dovrebbe lei aiutarci e venire a riprendersi suo fratello. È entrato ubriaco fradicio e si è lanciato sull’espositore degli spray per l’asma. Ha distrutto il negozio e poi è svenuto. Abbiamo trovato il suo cellulare nella tasca e chiamato lei, è il fratello di Guido?»
«Sì, purtroppo sono io».
Vado a riprendere Guido e lo lascio dormire sul mio divano, domani lo riporterò a casa sua.
Mi siedo sulla poltrona accanto a lui e tiro fuori la Polaroid dove prima mancava Edgard, e stavolta invece Irene.
Deve essere una foto maledetta.
Se solo potessi correggere questo fato maledetto…

«Che problema c’è?» risponde Irene con aria innocente.
«Tesoro, non puoi portarti una Polaroid in barca, basta il mio cellulare, è anche subacqueo!» interviene mio fratello, Guido.
«Stiamo perdendo tempo, vogliamo partire? O beccheremo l’alta marea…» aggiunge Edgard, il mio migliore amico.
«Scattiamoci una foto di gruppo!» ordina Irene.
Non ci posso credere, sta accadendo di nuovo.
Prima di mettermi in posa per la foto, afferro lo spray per l’asma di Irene da sopra il comodino e glielo ficco nella borsa.
Scattiamo la foto.
Dal grigio opaco dell’immagine emergono di nuovo soltanto tre figure.

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