Episodio 1 * Alta Marea

«Non vorrai portarti dietro anche quella!» esclamo seccato.
Guardo Irene con insofferenza, non volevo neanche che ci fosse. Questa doveva essere una vacanza tra maschi ma mio fratello ha insistito per portarsela dietro, solo perchè il mese prossimo si sposano. Voglio dire, hanno tutta la vita da passare insieme, deve starci appiccicata alle chiappe anche in questa avventura da veri uomini?

Abbiamo deciso di sfidare la natura e l’alta marea con una spedizione alla Grotta degli Annegati, a otto chilometri dalla costa e l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una femmina con al collo una dannata Polaroid preistorica.
«Che problema c’è?» risponde lei con aria innocente.
«Tesoro, non puoi portarti una Polaroid in barca, basta il mio cellulare, è anche subacqueo!» interviene mio fratello, Guido.
«Stiamo perdendo tempo, vogliamo partire? O beccheremo l’alta marea…» aggiunge Edgard, il mio migliore amico.
«Scattiamoci una foto di gruppo!» ordina Irene.
Malvolentieri, mi metto in posa accanto a Edgard e gli metto un braccio sulla spalla, mentre mio fratello abbraccia la fidanzata che tende il braccio per un selfie preistorico.
Subito dopo il flash accecante l’arnese sputa fuori un quadrato di carta dove le figure affiorano molto molto lentamente.
Afferro la foto e inizio a sbatterla con impazienza.
Quando lo sviluppo è completo mi accorgo di un particolare inquietante: Edgard non c’è.
Nella foto io appoggio il braccio nel nulla.
Questo rottame anteguerra non è neanche in grado di fare una foto decente. Per fortuna lo lasciamo qui.
I preparativi procedono frettolosamente, riempiamo gli zaini fino in cima e lasciamo la camera nel caos: sacchetti di patatine sparsi sul letto, i cuscini dalla parte dei piedi, fazzoletti usati ovunque. Il comodino sembra esploso; il telefono è capovolto, c’è un calzino solitario adagiato sull’abat-jour, un bicchiere vuoto rovesciato sopra a una rivista di moda, lo spray per l’asma, la sveglia rotta coperta dagli occhiali da sole di Irene.
Noleggiamo una barca al porto e andiamo al largo. Quando ci avviciniamo all’isolotto cominciamo a zigzagare tra le sporgenze cercando di imboccare la direzione giusta verso l’ingresso della Grotta degli Annegati.
È il momento perfetto per farci una foto con una vera fotocamera, per cui afferro il cellulare di Guido, mi alzo e mi sposto a prua.
Quando sto per scattare la barca oscilla e perdo l’equilibrio. Edgard si lancia verso di me per evitare che io finisca in acqua e in quel momento una sporgenza si materializza sopra le nostre teste, il mio amico non se ne rende conto e la centra con la nuca.
Lui è il primo a riderci su. Si massaggia la testa e fa una smorfia da scemo.
«Ti sei fatto male?» chiede Irene preoccupata.
«Sto benissimo, al massimo mi verrà un bernoccolo. Ci siamo quasi, si entra per di là» dice lui con tono semiserio.
Mai avremmo potuto immaginare che quel bernoccolo gli sarebbe costato la vita. Non lo abbiamo preso sul serio e, quando siamo entrati nella Grotta degli Annegati l’alta marea ci ha davvero sorpreso, come aveva previsto Edgard. Siamo rimasti intrappolati e dopo neanche un’ora il mio amico ha cominciato ad accusare malesseri molto preoccupanti: prima ha perso la vista, poi ha smesso di parlare e quando è svenuto era ormai troppo tardi.
Lo abbiamo riportato a riva che era già morto.
Ematoma cerebrale.
Al funerale erano tutti disperati. In particolare c’erano un gruppetto di ragazze – probabilmente le sue ex – che non la smettevano di piangere. È veramente una cosa orribile morire così giovani e per una stupidaggine, è stata colpa mia, Edgard voleva salvare me, se non fosse intervenuto l’avrei centrata io la roccia e forse ci sarei io al suo posto.
È tutto così ingiusto.
Mi guardo attorno e vedo Irene che si rigira fra le mani l’ultima foto che ci siamo scattati insieme, la Polaroid. Gliela chiedo per vedere un’ultima volta il viso felice di Edgard ma mi torna in mente che lui nella foto non era venuto.
Il fatto che proprio lui manchi e che sia morto è proprio assurdo, quasi soprannaturale. Perché proprio lui?
E in quel momento mi ritrovo in quella stanza.

«Che problema c’è?» risponde Irene con aria innocente.
«Tesoro, non puoi portarti una Polaroid in barca, basta il mio cellulare, è anche subacqueo!» interviene mio fratello, Guido.
«Stiamo perdendo tempo, vogliamo partire? O beccheremo l’alta marea…» aggiunge Edgard, il mio migliore amico.
«Scattiamoci una foto di gruppo!» ordina Irene.
Che diavolo sta succedendo? Perché mi trovo di nuovo qui? È stato tutto un sogno? Non capisco.
«Dammi un pizzicotto» ordino a Edgard.
Lui mi mette il braccio attorno al collo e mi trascina in posa con gli altri. È una sensazione magnifica poter riabbracciare il mio migliore amico.
Scattiamo la foto, ma c’è ancora qualcosa che non va.

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