Episodio due * Piovono barattoli

Alessandra sorseggiava il suo tè allo zenzero e arancia sulla sua terrazza ad asola, sdraiata sulle tegole color terra bruciata a guardare le stelle e ripensare al signor Dolenti.

Lo aveva avuto sotto i ferri per otto ore e non era riuscita a risolvere il suo caso in modo definitivo ed erano stati costretti a tenerlo in coma farmacologico. La moglie del suo paziente continuava a tempestarla di messaggi ai quali non sapeva dare risposta, viste le condizioni molto critiche del signor Dolenti.
All’improvviso una stella diventò più luminosa e iniziò a ingrandirsi.
Dopo qualche secondo Alessandra si rese conto che non era una stella ma qualcosa che precipitava su di lei. Non fece in tempo a spostarsi del tutto che un grosso barattolo di vetro le sfiorò la spalla, sfracellandosi ai suoi piedi come un ghiacciolo.
«E questo da dove diavolo è arrivato!» esclamò Alessandra ancora con l’agitazione «Ehi lassù! Potevate fracassarmi il cranio e spappolarmi il cervello! Vi sembra il caso di sganciare barattoli!».
Silenzio.
Attorno a lei c’era solo un leggero venticello che sparpagliava le pagine della cartella clinica del signor Dolenti che stava rileggendo.
Un rumore attirò la sua attenzione e Alessandra spostò lo sguardo sul mucchietto di frammenti di vetro del barattolo, dal quale faceva capolino uno strano insetto, una specie di scarabeo metallico con le zampe lunghe tenute insieme da piccoli bulloni. L’insetto scattò in avanti e puntò il suo piede. Lei cercò di scostarlo ma lo scarabeo fu molto più veloce, le saltò addosso e tirò fuori uno spaventoso pungiglione. Senza neanche darle il tempo di reagire, le conficcò l’ago nel polpaccio e la punse.
Alessandra avvertì un dolore lancinante e svenne.
Si svegliò la mattina presto con Macchia che le leccava, con la sua lingua rasposa, il dorso della mano. Guardò l’orologio, erano le otto e trentacinque.
«Oddio sono in ritardo! Dovrei essere in corsia già da cinque minuti!» esclamò Alessandra ancora mezza addormentata.
Macchia le rispose con un miagolio sofferente, probabilmente la ferita nell’occhio che si era procurato lottando con il beagle del vicino. Gli carezzò la fronte teneramente e, di colpo, il graffio che costringeva Macchia a tenere l’occhietto semichiuso, sparì.
«Accidenti! Come ho fatto?» esclamò di nuovo fissandosi incredula il palmo della mano «Carlotta sarà felicissima!».
Alessandra corse in ospedale emozionata, aveva guarito una ferita col tocco delle mani… che fosse il risultato della puntura di quello strano insetto?
Ma no! Che cosa vai a pensare! si disse Alessandra Queste cose succedono solo nei fumetti.
Il primo paziente di cui volle occuparsi fu il signor Dolenti.
Non lo vide per nulla migliorato, anzi. I valori vitali erano scesi e aveva un colorito molto pallido. Si avvicinò a lui e gli passò le dita sulla giugulare per sentire il battito.
Fu in quel preciso istante che il paziente si risvegliò come se qualcuno gli avesse lanciato un secchio d’acqua gelida.
Nessuno fu in grado di spiegare le miracolose guarigioni avvenute quel giorno in ospedale.
Nessuno tranne lei, che li aveva guariti tutti con il suo tocco.
Alessandra arrivò a casa che erano quasi le nove, molto più tardi del solito.
Carlotta sarà furibonda si disse.
Ma di Carlotta non c’era traccia.
Alessandra fu colta dal panico, iniziò a chiamare al cellulare, al cellulare delle amiche, dei nonni. Niente.
Nessuna l’aveva vista né sentita, era scomparsa.
In preda alla disperazione andò in terrazza e vide che i frammenti di vetro erano stati ripuliti e al loro posto c’era un nuovo barattolo, intatto, con all’interno un microchip e una siringa con un liquido giallo.
Svitò il tappo in preda all’ansia ed esplose una luce accecante dalla quale emerse una specie di ologramma.
«Salve terrestre. Immagino sia stato bello credere di essere una divinità in grado di salvare gli umani. Ma questo non può durare a lungo, perchè non erano destinati a te. Dobbiamo somministrarti un antidoto e riprenderci ciò che è nostro. Per costringerti, abbiamo preso qualcosa che è tuo, a cui tieni molto. Tua figlia Carlotta. Se vuoi rivederla, iniettati il siero che troverai nel barattolo. Hai fino alle dieci».
Così detto, l’ologramma alieno scomparve.
Alessandra guardò l’orologio, mancavano cinque minuti alle dieci.
Doveva decidere in fretta.
Salvare la vita della figlia o quella dell’umanità? si chiese.
Il Giuramento di Ippocrate non prevedeva la possibilità di superpoteri. Aveva l’obbligo di salvare ogni vita con la stessa dedizione ma allo stesso tempo non danneggiarne nessuna. Come avrebbe mai potuto fare una scelta giusta?
La risposta era proprio nel fatto che i poteri nella sua professione non fossero previsti. Avrebbe potuto e dovuto continuare a salvare le vite con il suo talento e la fatica del suo lavoro, ma la figlia… quella era il suo bene più prezioso.
Ogni dubbio scomparve in un soffio.
Prese la siringa e si iniettò il siero.
E fu allora che tutto cambiò.
Di nuovo.

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