Riflezioni 1×01

Inauguro questa serie di post nei quali riporto alcune delle prefazioni che ho scritto alle raccolte di racconti realizzati dai bambini delle scuole nelle quali ho tenuto il corso di scrittura. Perché pubblicarle?

Perché quasi sempre, di fronte alla pagina bianca, nel dover tirare le somme al lavoro svolto, mi sono trovato a riflettere sull’essenza stessa della scrittura in relazione all’infanzia, alla crescita e alla fantasia. Riflessioni che erano domande che mi sono posto, sulle quale mi sono interrogato e a cui ho tentato di rispondere con l’esperienza appena conclusa.
Con il tacito accordo delle maestre che mi hanno dato una mano, pubblicherò anche le loro pre e post-fazioni, perchè queste riflessioni accomunano tutti quelli che, con dedizione e passione si avvicinano a queste piccole grandi menti e cercano di coglierne i voli e le tempeste.

Quale posto migliore del mio blog per riflettere tutti insieme?
Partiamo con la post-fazione che ho scritto per l’ultima raccolta, in ordine cronologico, per le scuole Sanzio/Guercino, Gli Acchiappastorie.

La critica più feroce che mi è stata rivolta su questo progetto è che “non è un vero lavoro insegnare la fantasia ai bambini”.
Credo che un’affermazione del genere possa essere stata vera ai tempi dei nostri genitori, quando con una bambola di pezza ci si poteva immaginare un viaggio fantastico a fianco del nostro miglior amico magico parlante. Una scatola con delle ruote fatte di tappi diventava un treno con il quale sfrecciare verso terre inesplorate e ricche di mistero.
Oggi i bambini sono sottoposti a una quantità di stimoli audiovisivi e interattivi spropositata ed è diventato sempre più difficile tirare l’elastico della fantasia da soli. A dieci anni vedevo da solo la realtà aumentata senza indossare i Google Glass e aspettavo giorni per vedere le foto del mio compleanno che mia madre aveva consegnato – custodite gelosamente nel rullino dentro a un cilindro nero col tappo grigio – al fotografo di fiducia.
Quando ero piccolo, negli anni ’80, non consegnavo mai in tempo le ricerche, perché scoprire fra le pagine delle enciclopedie rilegate quello di cui avevo bisogno era un’avventura imprevedibile. Prima ancora di arrivare alla pagina giusta mi perdevo in tutte le altre.
Per rispondere alla critica, quindi “insegnare la fantasia ai bambini” è a tutti gli effetti un vero lavoro, perché non è da tutti riportare indietro il tempo.
Nelle storie che avete appena letto c’è un lavoro snervante e certosino di ricerca della strada più difficile e tortuosa di arrivare a un’idea senza che una magia elettronica te le serva su un piatto d’argento.
E forse la sorpresa più grande per i bambini che hanno compiuto l’impresa è aver capito a fondo quanto lavoro c’è dietro una storia, quali sono le impalcature che la sorreggono: l’idea, innanzitutto, i personaggi, la trama, la documentazione e la logica.
Lo scopo del mio corso non è scrivere il più bel racconto mai letto. Anche perché la “bellezza” è su un’asticella che non ha mai una fine, ogni volta si alza sempre di più. Quello a cui miro è creare qualcosa di piacevole ed emozionante del quale la classe intera possa essere orgogliosa.
Provate a chiedere agli autori se sono orgogliosi del loro libro. Vi diranno di sì, posso metterci la mano sul fuoco. Questo perché io e le maestre non regaliamo niente durante il percorso se non incoraggiamenti. Ogni singola idea, ogni elemento, ogni parola l’hanno vista nascere e svilupparsi grazie alle loro forze, pungolati a dovere ogni volta, senza mai permettere loro di arrendersi.
E in questo gioco al rialzo, entrano in ballo anche le maestre, eroiche tate che devono far convivere la scuola nella realtà aumentata e la crescita naturale e spontanea di giovani menti.
A volte, quando entro in classe col farfallino abbinato alla camicia e lo zaino da scolaretto attempato, penso di essere una specie di Mary Poppins, una figura bizzarra e atipica che cerca di comunicare in modo non convenzionale.
C’è un film, uscito quest’anno, che si intitola “Saving Mr. Banks” che racconta la storica battaglia messa in piedi da Walt Disney per ottenere da Pamela Linda Travers i diritti per la trasposizione cinematografica di Mary Poppins.
La guerra si risolve solo quando Walt Disney capisce che Mary Poppins non è andata al numero 17 del Viale dei Ciliegi per salvare i bambini – che stavano benissimo – ma per salvare Mr.Banks, il padre, che da troppo tempo aveva rinunciato alla sua parte fanciullesca.
A volte mi sembra di essere nelle classi per aiutare anche i maestri a vivere la classe fuori dagli schemi, in situazioni molto lontane dalla didattica standard e a divertirsi con i bambini in una continua scoperta delle loro potenzialità. E credo che per fare questo ci voglia proprio uno scrittore bizzarro, con il farfallino abbinato alla camicia e lo zainetto da scolaretto attempato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...