Episodio 3 – Coincidenze decisive

Helen Church vive in Vine street, prendo di nuovo la Circle e scendo ad Aldgate, dalla stazione della metro vado a piedi. La madre della bambina rapita abita in un palazzo molto british, con la copertura in mattoni rossi lucidi a vista.

Le rifiniture delle finestre sono in pietra bianca con gli infissi sempre bianchi, sembra un vecchio college per figli di papà. Trascino i piedi e suono il citofono controvoglia. Non capisco perchè mi hanno affidato un nuovo caso quando non ho ancora risolto quello per il quale sono stato mandato qui a fare il panettiere.
Mi apre un portinaio in livrea e mi indica il piano della famiglia Church. Non c’è neanche l’ascensore, mi tocca salire a piedi fino al sottotetto. Non ne posso già più di questa indagine.
Non c’è il campanello e busso con il battente in bronzo scolpito. Che trovata pretenziosa, una cosa del genere grida “sono ricco, rapite mia figlia”. Certa gente se la va proprio a cercare.
Mi viene ad aprire una donna con i capelli scuri con i riflessi dorati tenuti insieme in una coda alta come una cheerleader. Ha la carnagione abbronzata e ha una canotta di paillettes. Indossa un paio di occhiali scuri che si sfila appena mi vede, rivelando gli occhi azzurri lucidi di pianto.
Prima che pensi che io possa essere uno scocciatore, le mostro il distintivo e lei mi fa accomodare.
«Prende del the?» chiede con gentilezza.
«Sono americano, non amo particolarmente il the inglese» rispondo.
«Allora le porto una Coca-Cola?»
Non capisco se ha fatto una battuta o dice seriamente. L’umorismo inglese non mi va a genio.
«Niente grazie, sono in servizio. Passiamo alle domande. Quando ha visto l’ultima volta sua figlia…» cerco negli appunti ma non trovo il nome della bambina.
«Rachel» mi anticipa «Due giorni fa» risponde tirando su col naso.
«Come è andata?»
«Era con la baby sitter, Lucy. È uscita a gettare la spazzatura e quando è tornata mia figlia non c’era più…»
«Non hanno notato nessun estraneo entrare o uscire?»
«No, il portinaio era in pausa pranzo»
«Ha ricevuto qualche telefonata di richiesta di riscatto?»
«Ancora niente»
«Se dovesse riceverne qualcuna, non tratti con i rapitori, mi chiami immediatamente» avverto.
«Dov’era Rachel, di preciso, quando è stata rapita?»
«In camera sua, giocava con le bambole»
«Sospetta di qualcuno? Ha ricevuto delle minacce in precedenza?»
«Nessuna, tutti vogliono bene a me e a Rachel».
Annoto tutto velocemente, sono davanti a un altro vicolo cieco. Meglio che vada ad analizzare la scena del crimine.
Mi faccio indicare la camera da letto della figlia e inizio a guardarmi intorno.
Mentre passo in corridoio, noto una foto incorniciata che ritrae una squadra di cheerleader in palestra. Sullo sfondo della foto campeggia lo stemma del college: il Duncan.
Non può essere una coincidenza.
Osservo meglio le facce ritratte e noto una ragazza in lontananza, con la divisa della banda musicale e un flauto traverso come il suo sguardo diretto alle cheerleader.
Helen mi raggiunge.
«Quella sono io da giovane, ero sempre in cima alla piramide!» dice sorridendo.
«E quella in fondo chi è?» chiedo ignorando la sua vanità.
«Ah… quella… è Katy Stockett, una nullità. A quei tempi non se la filava nessuno. Ho sentito che adesso ha sposato un calciatore e si è rifatta dalla testa ai piedi. Ho visto una sua foto sul Sun e l’ho incontrata dal parrucchiere una settimana fa. Ha fatto finta di non riconoscermi, quella smorfiosa. Capisco che non voglia neanche salutarmi, con tutte quelle che le abbiamo combinato al college…»
«La camera è di là?» la interrompo prima che rivanghi le sue scorribande giovanili.
Entro nella stanza e mi viene la nausea. Sembra la camera delle Barbie. Le pareti sono rosa confetto con le principesse Disney dipinte tra nuvole bianche. Il letto, a baldacchino, ha le decorazioni di brillantini e fiorellini fucsia. Delle tende in tulle ricamato scendono sul materasso in pandant con quelle alle finestre.
«La nostra piccola principessa…» sospira la madre.
«Non ne dubito» ribatto sarcastico.
Mi avvicino al letto e inizio a ispezionarlo, tra le pieghe del tulle c’è una ciocca di capelli rossi con una macchiolina nera.
«Sua figlia ha i capelli rossi?» chiedo.
«No, è bionda» risponde orgogliosa.
Prendo un paio di pinzette e imbusto la ciocca di capelli. La manderò alla scientifica per le analisi.
Mentre ispeziono ancora la stanza, la mente mi torna sempre a quella Katy Stockett e al caso precedente. Ci deve essere per forza un collegamento.
Ripenso alla pagina strappata dell’annuario e ho un’idea.
«Signora Church, ha per caso una copia dell’annuario del 2007?» chiedo.
«Non capisco cosa c’entri ma glielo porto subito» risponde.
Dopo qualche minuti arriva con un volume rilegato in velluto fucsia. Sulla copertina c’è lo stemma del drago della Duncan.
Scorro le immagini sul cellulare e trovo quella del tatuaggio, le metto una di fianco all’altra.
È lo stesso drago, ma il tatuaggio ha qualcosa di diverso.
Osservo meglio i tratti del tatuaggio e mi sembra che le ali e la coda siano state leggermente modificate a formare due lettere “K e S”.
Ho capito.

Prosegui con l’episodio 4

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