La Canzone di Achille di Madeline Miller – La Recensione

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Amore e guerra. Nell’immaginario collettivo è questo binomio che sembra rifulgere più di tutti nella letteratura classica. Possono storie d’amore e di guerra emozionarci ancora restando ancorati ai personaggi dei quali per primi si è cantato?
La risposta è se a raccontare la loro storia è Madeline Miller, sussurrandoci non le loro gesta di eroi, ma i loro gesti di esseri umani innamorati.
E una volta superata la distanza tra noi e la maestosità di una figura mitologica, riusciamo a immergerci nell’assoluta normalità dell’eroismo fatto di emozioni e sentimenti, di piccoli gesti che rendono grande un amore immortale, lo stesso che troppo di frequente si tende a nascondere perchè inopportuno, fagocitato dal politically correct che la versione hollywoodiana della guerra di Troia (il blockbuster Troy di Wolfang Petersen del 2004) ha diffuso come una pestilenza.
Achille, il più grande dei greci, che ama Patroclo e solo lui e per lui diventa eroe. Un amore indissolubile anche dopo la morte, che regala l’immortalità alle due figure proprio per la forza del sentimento che li legava.
Caronte di questo passaggio è lo stile snello ed efficace dell’autrice, affatto aulico nel suo scorrere, ma sempre diretto, tagliente e avvolgente. A tratti sembra di leggere un feuilletton alla Austen o alla Brontë se non fosse per i nomi altisonanti, dei e semidei, ninfe e centauri, che si susseguono nelle pagine come personaggi qualsiasi, con caratteristiche umane, come effettivamente li dipingevano i greci nelle attitudini ma non nell’aspetto.
La storia è narrata dal punto di vista di Patroclo, un ragazzino esile e introverso, che uccide inavvertitamente un compagno di giochi non dissimile a un bulletto e per questo costretto all’esilio a Ftia, nel palazzo di Peleo. Lì, assieme ad altri ragazzini farà la conoscenza di Achille, giovane di straordinaria bellezza e magnetismo, destinato alla gloria e che poco altro ha a che spartire con gli altri.
Un ragazzo di poche parole, Achille, ma risoluto come solo un eroe sa essere. È figlio di Teti, una dea, e lei, come una qualsiasi madre, desidera il meglio per lui, la gloria e l’immortalità, e rifiuta la profezia che vede il figlio morto durante il più grande assedio che la storia greca conoscerà mai, quello di Troia. Una madre che rifiuta l’amore del figlio per un mortale qualsiasi, un ragazzo senza onore che è riuscito a far innamorare un semidio con la sua semplicità e schiettezza, dando vita a un sentimento così potente che neanche un dio greco può rompere.
La vicenda si sussegue con straordinaria scorrevolezza, il filo conduttore di scelte e avventure è sempre il genuino e travolgente amore tra l’indegno (a detta di Teti) Patrocolo e il semidio Achille.
Il potere principale della Miller è stato quello di riuscire a scavare nella tradizione e restituire qualcosa di pulsante, che vibra fra le pagine come un qualcosa di nuovo, una rara gemma rosso vivo che abbaglia con il suo splendore.
Tutti conoscono il destino di Achille e del suo celeberrimo tallone (sorpresa delle sorprese, questa particolarità nel romanzo non viene mai citata) ma ci dimentichiamo per tutto il libro della sua triste fine, in favore del trasporto e del coinvolgimento che suscitano questi due ragazzi innamorati e appassionati.
È una capacità rara quella della Miller, riscrivere la storia senza cambiarla, una trascrizione moderna e vibrante in grado di lustrare un mito vecchio come la scrittura, attraverso il potere della scrittura stessa, in grado di evolversi attraverso i secoli pur mantenendo la capacità unica di emozionare ed essere sempre – e qui va detto – il tallone di Achille degli animi più romantici. Ma che dico “tallone”, canzone è il termine adatto, La Canzone di Achille.

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