L’Acchiappanotti

Dopo la difficile esperienza di recensione dell’ultima volta, torno a esprimere un giudizio su un romanzo che ho terminato da poco. Parlo de “l’Acchiapparatti” di Francesco Barbi. Avevo pensato a una recensione obiettiva, ma non è da me, io ho SOLO pareri soggettivi. Mi sforzerò di fare un mix.

Una volta, durante una presentazione di un libro di Licia Troisi, una ragazzina alzò candidamente la mano e chiese all’autrice “Licia, sulla fascetta del tuo romanzo c’era scritto “Dall’autrice numero uno del fantasy in Italia”, credi davvero di essere la numero uno?”. Licia, altrettanto candidamente, rispose “Ma perchè, voi credete a tutto quello che dice la pubblicità?”. Questa acuta risposta mi è rimasta impressa. Erroneamente si crede che quello che è scritto sulla copertina, nella quarta, nelle alette e, non per ultimo, nelle fascette, sia opera dell’autore.
Non è così. Spesso un autore legge quelle cose per la prima volta quando prende la prima copia in mano, bell’e stampata, magari dallo scaffale della libreria.

Ma cosa c’entra tutto questo col romanzo di Barbi? Semplice: lo strillo in copertina dell’Acchiapparatti dice “Un romanzo innovativo che trascende i canoni del genere fantasy” e come aveva ammonito Licia, io non ci ho creduto poco.
E avevo ragione.
Ammesso e non concesso che esistano dei canoni ben precisi a cui fare riferimento quando si parla di Fantasy, il libro di Barbi non li trascende affatto, per il semplice motivo che l’Acchiapparatti NON è un Fantasy, se dovessi per forza etichettarlo, direi che è un romanzo storico con sfumature fantastiche.

Ora, qualcuno – anche l’autore – potrebbe anche irritarsi, perchè il cartello che sovrasta la scansia nel quale il romanzo è collocato dice proprio “Fantasy”.
Il bello delle etichette è che sono come la maglietta di cotone, quando la lavi poi si stringe oppure si allarga, quindi, alla fine, o ti va stretta o ti va larga.
Fin ora non ho dato un’accezione negativa al mio “accenno di parere” perchè non c’è, a me il romanzo è piaciuto, l’ho divorato, 466 pagine lette in poco più di due giorni.
Mi è MOLTO piaciuto.

E allora il problema è solo l’etichetta?
Certo che no, il problema è che mi ha lasciato molte perplessità e ci sono diverse cose che non ho apprezzato.
Dal punto di vista oggettivo, è ben scritto. Lo stile è scorrevole, pulito, descrittivo al punto giusto, i dialoghi sono credibili e i personaggi tratteggiati con precisione e ironia magistrali.
Partiamo dai personaggi. I protagonisti, sono l’anima di una storia. L’anima de “l’Acchiapparatti” è reale e travolgente, che quasi la puoi toccare.
Barbi ci porta nella narrazione sulla gobba del furbo becchino Ghescik e nella mente contorta dell’acchiapparatti Zaccaria. Le loro personalità sono vibranti, escono dalla pagina al punto che sembra di conoscerli, di intuirli.
Le scene d’azione sono ben orchestrate, ricche di suspence e rocambolesce al punto giusto. I paesaggi a dire il vero un po’ monotoni e ripetitivi, tipici della scarsa civilizzazione dell’Alto Medioevo.
Ecco, l’ambientazione è quasi miserevole, come lo stile di vita di quasi tutti i personaggi del romanzo.

La struttura è parecchio convulsa, ti trascina e ti tiene incollato, perchè vuoi sapere cosa succede, perchè alcuni lampi di genio messi nei colpi di scena lo rendono avvincente e perchè grazie allo stile scorrevole, difficilmente il cervello ti si intoppa e la vista si affatica.
A onor dello stile dico che non sono MAI dovuto tornare indietro a leggere per capire. Tutte le fasi della storia sono limpide e scorrevoli come un ruscello.

Nonostante tutte queste melodiose note positive, il romanzo non mi ha esaltato, non mi ha fatto sognare più di tanto.
Primo, per il motivo suddetto, perchè catalogato come fantasy mi aspettavo qualche risvolto fantastico in più, e invece per la maggior parte del tempo mi sono trovato a seguire le avventure di un manipolo di viandanti alle prese con la fame, il freddo, il bisogno di denaro e la curiosità.
Secondo, la poca magia che c’è è spiegata male e il rito magico che fa da filo conduttore – oltre che causa scatenante della storia – è confuso e astratto, non è mai limpido come tutto il resto, rimane sospeso nella fantasia, nelle supposizioni e quando finalmente, verso il finale, qualcuno lo spiega, lo fa in modo pedante infarcendolo di accenni storici inutili – tanto da concordare con Gamara nel voler far fuori Melzo pur che smetta di tergiversare – e quando poi mettono in atto il piano per eliminare questa infernale minaccia scaturita dal rito magico, lo fanno in modo molto pratico e per niente magico.

Sembra quasi che all’autore non interessasse esplorare il lato mistico del fantasy, del SUO fantasy, ma fosse preso più dalla passione per una storia d’azione che cattura le vite di poveri e reietti.

Sì, il più grande neo che meno mi ha fatto apprezzare la storia è questo, anzi, è l’unico. Anche nelle parti in cui si cerca di dare un senso alla nascita del mostro attraverso la lettura del diario dello stregone, è tutto molto caotico e intermittente, anche dovuto al fatto che si vuole lasciare la suspence, ma questo stratagemma lascia un po’ di amaro in bocca, tanto che quando arrivano quelle parti l’ho trovato più come un rallentare la narrazione piuttosto che un arricchimento.

Due cose, infine, sono degne di un sentito elogio: la prima le scene che narrano la vita delle future vittime del mostro. Sono reali e palpitanti, descritte come se i personaggi non fossero marginali. Nel leggerle ti sembra quasi che altrove, in un altro romanzo, quelle storie abbiano uno spazio tutto loro, un background, e che poche pagine siano state inserite in questo libro da quel romanzo che le racconta.
In poche parole quegli sprazzi di vita quotidiana sono vivi.

L’altra cosa è la scelta – questa volta sì fuori dai canoni del genere – di avere come protagonisti, se non tutti i personaggi, gente brutta. Sembra una banalità ma i romanzi fantasy sono infarciti di belloni, “gnokki”, eroi dalla bellezza sfolgorante e dal fascino travolgente. Nella storia di Barbi non ci sono belli, sono tutti sporchi, rozzi, gobbi, matti, deformi, luridi e puzzolenti.
Anche qui, la storia vive di elementi realistici che però nel loro essere a volte grotteschi trascinano un alone di fascinazione non indifferente.
Ah… e poi è autoconclusivo!

Quelli come me, schiavi dell’Happy Ending hollywoodiano, resteranno un po’ delusi, proprio perchè non vivono tutti felici e contenti, ma la loro fine-storia è più che soddisfacente.

Come concludere? E’ un buon libro, senza dubbio, una lettura piacevole e travolgente, ma a me piace sognare un tantino di più.

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3 pensieri su “L’Acchiappanotti

  1. Bella recensione.Credo di capire il tuo sentire nei confronti di questo romanzo. A me è piaciuto molto, ma credo che la mia inclinazione al "fantastico" in senso lato si sia via via… alleggerita. Riesco ad apprezzare i low-fantasy molto più degli high-fantasy, ultimamente. E credo che questo dipenda dalla qualità degli "high", che negli ultimi tempi (rare eccezioni a parte) è più bassa di quella dei "low".Tutto ciò dipende molto anche dal fatto che io sono da sempre molto incline a personaggi a tutto tondo, più che a una trama coi fuochi d'artificio. E Francesco ci ha donato, con Geshik, Zaccaria e Gamara personaggi indimenticabili.Forse non ho più la stessa capacità di sognare d'un tempo (e questo sarebbe triste). Di contro, a me piace vivere un romanzo, più che sognare con esso. E per viverlo i "fuochi d'artificio", il "magico", contano fino a un certo punto.

  2. Ciao Andrea e ben tornato da queste parti! Capisco quello che intendi, infatti, se escludi quel neo che indicavo, il romanzo si presenta come uno dei più riusciti degli ultimi tempi. E' vero, per quello che riguarda i personaggi, i vostri stili si avvicinano molto, entrambi "sentite" le storie e le fate vivere al lettore attraverso gli occhi assolutamente plausibili dei protagonisti.Però occhio a non biasimare i fuochi d'artificio! Sono quel tratto di luce impressionista nel cielo nero, quel tuono che ti scuote e quell'eccitazione che pervade gli spettatori a ogni loro esibizione che rendono una notte qualsiasi, una festa!

  3. Ti seguo con attenzione, sempre. (Il tuo blog è sul mio lettore di feed, infatti.) Poi, i miei interventi si sono ridotti, in rete. Scrivo proprio quando non ce la faccio a resistere… E la tua recensione era troppo bella per non "scendere in campo"! :)Ciò detto, concordo assolutamente con te anche riguardo ai "fuochi d'artificio". Non li disdegno, il problema è quando diventano pretesto per non approfondire e si mangiano l'estasi di una storia che ti lascia sullo sfondo, anziché dentro.Il problema non è nei "fuochi d'artificio", ma in chi li utilizza e come. Sono un estimatore di Steven Erikson, che quanto a fuochi d'artificio non si fa pregare mai (anzi, di così grandi non ne avevo mai "visti"). Ecco, a me pare che negli ultimi tempi chi li utilizza se ne fa scudo, sperando che le altre mancanze della storia non si sentano troppo – lo spessore, il senso di ciò che si sta leggendo.Forse, semplicemente, le vie della "high" sono state molto battute (anche dal me lettore) e, quindi, certe banalità non le posso più reggere, se non c'è dell'altro.Ma, insomma, i tuoi "fuochi d'artificio" sono nella mia lista della spesa da un pezzo, perché il "vecchio amore non si scorda mai". Sono certo che mi sorprenderai. Sono tra quelli che ha sempre creduto nell'italico ingegno e nella nostrana creatività.Proprio in questi giorni, ho in "costruzione" un ordine massiccio di autori italiani. Tra i vari romanzi c'è anche "Omnia". A presto, spero!

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