Parliamo di scrittura

E’ un po’ che non ne parlo. Colgo l’occasione dell’invio da parte di una giovane scrittrice dei primi capitoli del suo romanzo, per discutere di una cosa contro la quale ho sbattuto la testa più e più volte. La mia super editor Aurora li detesta, troppo ingenui li amano. Cosa sono? I clichè.

La luce fioca, il passo felpato, la scala scricchiolante, la luna argentea… questi sono i clichè. E ce ne sono altri e di tanti tipi.
Trovo che i clichè sono “come i pali per gli ubriachi”. Ovvero ti danno sicurezza quando sei ciondolante e confuso sulla pagina bianca o su una scena complessa. Ma, a ben vedere non è l’uso dei clichè che è sbagliato di suo, è una scorciatoia perchè ci permette di esprimere un concetto figurativo con un’immagine astratta che però è universalmente riconoscibile, perchè già sentita, inequivocabile, chiara, immediata.

Usare i clichè è sbagliato perchè avalla la nostra ubriacatura invece di curarla. Mi spiego: se siamo ubriachi, cioè confusi di fronte a una scena da scrivere, siamo già in una condizione sbagliata. Poco senso ha in questo caso attaccarsi a dei clichè per risolvere l’intorpidimento. Tanto vale lasciar stare, prendere un buon caffè e riprovarci.

Questo perchè non si dovrebbe mai essere confusi di fronte a una scena da scrivere. Se siamo nel caos noi, come pretendiamo che il lettore ci capisca qualcosa? La stesura di una scena (che deve apparire davanti agli occhi del lettore, non intuirsi) che sia essa anche la scena di un sogno in mezzo a una nebbia o alle nuvole (altro clichè) deve essere nitida nella nostra testa. Solo in questo modo possiamo concentrarci per trovare espedienti letterari innovativi, abbaglianti anche, ma sempre d’effetto, invece che forme di illuminazione trite e ritrite che emanano una luce appunto “fioca” e “felpata” e “scricchiolante” sulla nostra scena.

Osare. A volte bisogna osare metafore anche strampalate per rendere l’idea, lì sta la genialità di una scrittura sempre più alla ricerca di novità e originalità.
Ah.. e non dimentichiamo il mio marchio di fabbrica: scrivete col cuore e con i sensi, non col dizionario 😉

Vi lascio con un esempio, preso da un libro famoso, anche se non per COME è stato scritto:

Se volessi descrivere un’alba di un giorno speciale, potrei fare ricorso a un clichè del tipo:

“Il sole pallido sorse tra le nuvole rosee e illuminò la quiete mattutina di quella giornata speciale”

oppure:

“La mattina del primo settembre era croccante e dorata come una mela”

Lo so che il concetto non è esattamente preciso nelle due frasi, ma spero lo sia in fatto di clichè. L’alba rosea è già sentita, scontata, la leggi, la assimili, la sorvoli e non ti lascia niente, solo un’immagine da cartolina vista ovunque.
L’immagine di un’alba croccante come una mela invece, resta, si imprime nel cuore, nei sensi, addolcisce la vista e avvolge nel tepore di un alba e nel succoso sapore di una mela. Niente può accaderti in un’alba così, e se proprio qualcosa ti accade, beh allora… sorpesa! Avrai un ottimo colpo di scena.

P.S. Dieci punti a chi mi riconosce la citazione. 😉

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3 pensieri su “Parliamo di scrittura

  1. 10 punti per GiD allora. La cosa più bella è che non ti aspetti una metafora così efficace e ricercata da una scrittrice che non hai mai considerato geniale nello stile, ma solo nella trama.

  2. Io li odio però ci casco… E' vero, danno sicurezza e fanno molto "scrittore". Come dici tu, bisogna parlare con le proprie parole, non con quelle d'altri.

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